Er Mozzichetto

Me pizzica, me mozzica, me devo da sfogà...

sabato 31 luglio 2010

Il mistero della Perla del Tirreno: cos'è e dove si trova?

E' veramente tanto che non scrivo qualcosa su questo blog ed un po' mi dispiace, ma è di pochi giorni fa una velina ANSA che mi ha dato da pensare. Scarna (e non proprio comprensibile a colpo d'occhio...) dice:

(ANSA) - CASTIGLIONCELLO (LIVORNO), 31 LUG - Si e' svegliata con un colpo al cuore Castiglioncello, la 'seconda casa' di Suso Cecchi D'Amico. La sceneggiatrice romana, scomparsa all'eta' di 96 anni, ha passato molte delle sue estati tra le strade e il lungomare della cosiddetta 'Perla del Tirreno'. Qui sono nati molti dei film che hanno scritto la storia del cinema e vi ha passato molte delle sue estati.(ANSA).

Chi fosse Suso Cecchi D'Amico, fino ad oggi lo ignoravo e per chi come me abbia questa lacuna, invito alla lettura dell'immancabile Wikipedia che gli dedica una pagina e che spiega anche l'arcano messaggio della velina d'agenzia: ieri è venuta a mancare una delle figure più importanti del cinema italiano che ci ha dato capolavori come Ladri di biciclette, I soliti ignoti, ma anche soggetti come Rocco e i suoi fratelli o l'arrangiamento de Il Gattopardo. Quest'artista faceva parte di quella parte della Settima Arte che generalmente il pubblico ignora e che ottiene al massimo un rigo nei titoli di coda, ma che, di fatto, contribuisce quanto e più di altri a fare di un film un capolavoro o un fiasco colossale.

Però il mio post non parla di cinema, ma di turismo.

Suso Cecchi D'Amico viveva a Castiglioncello, provincia di Livorno e, per l'ANSA, questa ridente località è meglio nota come la "Perla del Tirreno". E qui rimango perplesso anzi che no. Motivo della mia perplessità è che vivo a Santa Marinella, provincia di Roma, meglio nota come la "Perla del Tirreno" e che un mio conoscente da poco è stato a fare il bagno a Talamone, frazione di Orbetello in provincia di Grosseto, meglio nota come la "Perla del Tirreno" e conosco un ragazzo di Genova che mi ha parlato di non ricordo quale paese nella sua provincia che viene definito la "Perla del Tirreno". Solo nel Lazio si fregiano di questo nome Sabaudia e Sperlonga ed in Toscana anche Viareggio lo vanta. L'ho sentito usare anche per Montalto di Castro, in provincia di Viterbo...

Il punto è che il titolo di "Perla del Tirreno" è vacante dagli anni '50 ed a lasciarlo tale fu proprio la mia ridente cittadina: in quegli anni e nel decennio successivo Santa Marinella divenne il punto di ritrovo estivo del jet set dell'epoca, riunendo alti dirigenti pubblici, registi famosi, divi del cinema, politici fino ad arrivare a sovrani stranieri in esilio (Re Faruq d'Egitto e famiglia). Toto Bar era il centro di un mondo, quello della Dolce Vita romana, che tra giugno e settembre si trasferiva qualche chilometro più a nord della Capitale oppure qualche chilometro più a sud, tra le mitiche dune di Sabaudia (oggi praticamente scomparse).
E' vero che in città si predilige il decennio a cavallo tra i '70 e gli '80, ma sinceramente non ho mai ben capito perché, visto che personaggi importanti in quegli anni non ce n'erano ed al massimo si potevano incrociare persone che sono passate alla storia d'Italia, ma per motivi meno nobili...
Stia come stia, escluso il breve exploit delle ragazze di Non è la Rai durante la pausa del programma, Santa Marinella non divenne più la meta dei VIP ed è passata lentamente da località turistica per famiglie a località balneare per il fuori-porta domenicale estivo.
Ora il punto è che il fregio del titolo non porta nulla: se fate una ricerca su Google ancora oggi trovate in cima alla SERP la mia città, ma il motivo è da riscontrare nell'abilità dei titolari dei siti di Santa Marinella che sfruttano il più possibile questo titolo dato in tempi in cui la metà di loro era appena nata e l'altra metà era solo nei sogni di mamme e papà.

Il punto è che come un fiore non fa primavera, un titolo non fa turismo: per ottenere che frotte di persone decidano di spendere i risparmi di un anno (quei pochi ormai che ancora ci riescono, a risparmiare...) nella propria città, serve che durante la stagione morta tutta la cittadinanza si dia da fare a preparare tutto ciò che serve per accogliere i turisti in questione.

Sfortunatamente, facendomi un giro per la costa laziale mi sono reso conto che durante lo scorso Inverno a questo problema nessun comune ha posto attenzione: non per denigrare, ma da Montalto di Castro a scendere giù c'è da domandarsi perché qualcuno debba andare a passare l'Estate. Niente eventi, niente spettacoli, niente concerti, niente teatro, poco cinema all'aperto.

Chiacchierando al bar mi è stato detto che sono località tranquille, per anziani e famiglie, ed effettivamente qualche madre ritiene che un posto tranquillo sia ideale per passare l'Estate con un pupo nel carrozzino, ma quelle con i figli adolescenti si beccano gli improperi della prole sulla pubblica piazza per essere stati portati a passare le agognate vacanze in un posto dove non puoi rimorchiare nessuno che sia al di sotto dei quaranta.
In quanto agli anziani, parlando con uno di loro nel fatidico bar ho trovato solo pentimento dell'essere venuto in un posto con troppi vecchi e neanche una balera per il liscio tanto amato. Sì perché un conto è la tranquillità, un conto è un nosocomio a cielo aperto: ammettiamolo, a settant'anni a stare tutto il giorno e tutta la notte circondati da vecchi bacucchi rimbambiti più di te senza niente (e nessuno) di bello da vedere, l'unica cosa che puoi meditare è il suicidio...

Al lavoro preparatorio si aggiunge la promozione turistica: se vuoi che qualcuno sappia che stai vendendo un prodotto, sarebbe d'uopo pubblicizzarlo. Ed invece le città non fanno più pubblicità. Fanno il paio con quanto vidi nella mia unica vacanza in Sardegna, alcuni anni fa, quando presidente della regione era Soru (Mr. Tiscali): la TV era intasata di spot sulle bellezze dell'isola, sulle mete da visitare e su quanto fossero gnocche le sarde (tacendo su quanto fossero incazzosi padri, fratelli e fidanzati...). Peccato che questi bellissimi filmati venissero trasmessi solo nelle emittenti locali sarde, mentre a Santa Marinella, in TV passavano gli spot della Spagna, di Montecarlo e dell'Egitto.

Ecco è in questo esempio emblematico che si evince chiaramente dov'è il vincitore nel mercato del turismo: non basta avere il mare, serve saperlo pubblicizzare a chi vuoi che ci si venga a bagnare. Sarebbe ridicolo che il governo egiziano pubblicizzasse Sharm-el-sheik in patria in lingua araba: che gli frega a loro di far spostare i cittadini del Cairo sul Mar Rosso; gli frega di far spostare gli europei che portano dollari ai cittadini di Sharm che poi si comprano la macchina ed il furgone al Cairo per trasportare d'Estate i turisti, dal Residence al finto accampamento di cammellieri nel deserto.

Da noi invece si fa il raggionamento inverso: che spendi a fare il tuo denaro fuori? Fai gli spot in casa così fai vedere che li hai veramente realizzati e che non ti sei solo intascato i fondi stanziati, tanto poi i turisti ci vengono lo stesso, mica glielo devi dire che c'è Stintino in Sardegna. Che sprechi tempo a distribuire volantini della "Perla del Tirreno" a Roma nei punti di informazione turistica, tanto se i romani vogliono fare il bagno dove vuoi che vadano?
Ed infatti vanno ad Ostia e Fregene che hanno completamente monopolizzato il turismo sia del litorale nord che di quello a sud della Capitale: vicine da raggiungere, tanto parcheggio, un mare non molto differente da quello delle altre località del Lazio, discoteche, balere, piano bar e night club in grado di soddisfare giovani e meno giovani. Tanto lavoro, molto indotto ed una montagna di soldi, perfino con gli affitti, grazie al fatto che le case sul mare sono poche, ma in compenso i palazzoni con gli appartamenti sono più economici e lontani dal frastuono, ma abbastanza vicini di giorno per andare a mare a piedi.

E così, mentre nelle altre località si affigono i manifesti dei pochi eventi in programma a ridosso dell'evento stesso, per evitare... assembramenti... (non ridete! E' stato questo che un mio amico si è sentito dire da un impiegato comunale...) nelle località turistiche si spendono soldi in abbondanza per manifesti, brochure, pubbliche relazione, web marketing e SEO per attrarre il maggior numero di persone, si costruiscono anche infrastrutture, fogne, parcheggi, si allargano strade, si costruiscono alberghi e quant'altro utile alla ricezione, magari low-cost, di ragazzi, famiglie, persone di una certa età.
Qualcuno si attrezza per i giovani, qualcuno per i meno giovani, ma per avere successo tutti si dotano di quanto serva per ottenere il pieno consenso del target scelto: solo la soddisfazione del target di riferimento darà il metro della migliore località, quella che nei tre mesi estivi permette alla maggior parte dei suoi concittadini di quadagnare quanto basta per campare tutto un anno e magari, avrà soddisfato i suoi turisti fino a convincerli a comprare casa o anche solo ad affittare un appartamento per i fine-settimana in mezza stagione oppure di venire un paio di volte anche in Inverno a godersi magari la campagna o il mare mosso.

Quindi la "Perla del Tirreno", alla fine sarà la località che più avrà reso felici i suoi turisti e non è detto che sia in Liguria, Toscana o Lazio: potrebbe essere in Emilia, Campania o Calabria, potrebbe un domani essere Ostia o Fregene o la minuscona Marina di San Nicola. Chi avrà reso scontenti i suoi turisti potrà fregiarsi del titolo che gli pare, ma l'anno prossimo pagherà solo il prezzo del proprio fallimento.

sabato 10 aprile 2010

Guida al risparmio: usare l'acqua piovana

Tempo fa mi ero ripromesso di scrivere un altro post sul tema del risparmio, ma devo ammettere che l'argomento era pittosto difficile ed ancora oggi sto raccogliendo materiale per fare una quida sulla produzione di energia elettrica a basso costo: sinceramente la cosa è piuttosto disarmante perché, ve lo potete immaginare, in Italia, dove tutto è sottoposto ad una burocrazia spesso idiota, nulla può essere fatto senza prima scervellarsi appresso a leggi, leggine e regolamenti, che di fatto hanno l'unico ovvio scopo di impedire che il singolo cittadino compia una qualunque azione se non sborsando tanto di quel denaro che il gioco non vale la candela.

Abbandonato un po' il frangente elettricità, ho preferito dirottarmi verso la questione acqua.
Probabilmente tra pochi mesi ci sentiremo dire che l'acqua, bene primario, è divenuta di proprietà di poche S.p.A. ammanicatissime e che se vorremo tirare lo sciacquone, lavarci e bere dovremo sborsare cifre da capogiro per far lucrare qualche Pezzo da 90.
Eppure l'acqua cade dal cielo: non è un granché, ma per innaffiare il prato oppure le piante del balcone o per dare una lavata alla macchina o alla casa, va più che bene. Ergo perché non raccoglierla ed usarla?

La raccolta delle acque meteoriche è sempre più spesso resa obbligatoria all'estero; in Italia la cosa va un po' a rilento, ma incredibilmente proprio a cominciare dalla Regione Lazio qualcosa si muove.
Premetto subito che la questione è un po' spinosetta: tempo fa avevo sentito di un evento piuttosto curioso di una persona che s'era sentita imporre dai vigili urbani della sua città il pagamento della tassa sulle piscine per un cassone per la raccolta dell'acqua piovana. Non so se è solo una leggenda metropolitana, ma vivendo in Italia non mi stupirei se fosse vera. Ergo consiglio a chiunque voglia cimentarsi nella faccenda di informarsi prima presso il proprio Comune, la propria Provincia e la propria Regione: venisse in mente a qualche rompiscatole di vicino di farvi arrivare in casa la municipale perché avete costruito una piscina abbusiva di 1 metro per lato...

Più importante è invece la richiesta di alcuni comuni di adibire i propri impianti per evitare il ristagno e la proliferazione di uova di zanzara ed altri insetti infestanti.

Serbatotio fai-da-te
In giro si trova un semplice consiglio: "compra un contenitore, tappalo e collegalo alla grondaia, ed il gioco è fatto".
Detto così è piuttosto banale, ma in sostanza è esattamente questo il principio di base: un contenitore per le acque meteoriche può essere ricavato da quei grandi otri in terracotta che spesso si trovano nei negozzi di giaridinaggio o una grande anfora. La si può tenere tranquillamente all'area aperta in giardino e con due o tre piovaschi si riempirà d'acqua, ma poi come la usate?
Bella domanda. La guida che ho trovato (più un breve pensierino che una guida) propone di usare un tappo di sughero e di forarlo: da un buco farete passare un tubo collegato ad una pompa per usare l'acqua in questione, dall'altro farete entrare l'acqua raccolta da una semplice grondaia.

Link originale: Serbatoio d'acqua piovana fai-da-te

Serbatoio metti-mano-al-portafoglio
Potete sbizzarrirvi e non c'è nemmeno bisogno di andare troppo lontano: di azidende nostrane che vi possono realizzare un impianto interrato ne troverete anche in Italia senza bisogno di bussare alle porte di Francia o Germania. Ovviamente preparatevi a metter mano al portafoglio ed a sborsare qualche bel soldone per dotarvi di questi impianti di tutto rispetto, capaci di irrigarvi il terreno, innaffiarvi il giardino e molto altro, assicurandovi dalle zanzare e dal cattivo odore del ristagno.
Su un forum ho trovato un vecchio post che però è piuttosto interessante: http://energierinnovabili.forumcommunity.net/?t=3137920. L'interesse nel post è che si parla delle "cuvee", cioè dei particolari serbatoi interrati. Facendo però una ricerca su internet posso dirvi fin da subito che dovete andare anche voi ad Aix per procurarveli: li vendono anche da noi.
Un po' diverso forse è solo il discorso della potabilità di tale acqua. Come più volte ho riscontrato sul web, l'acqua depurata è di fatto, distillata. Quindi ottima per il ferro da stiro od i tergicristalli, ma schifosa da ingoiare.

Infine vi rimando ad un breve post trovato sul web: http://www.risanamentoenergetico.com/phpbb/viewtopic.php?t=14

venerdì 19 marzo 2010

Miti e leggende sui ciclisti e le biciclette

Tutti noi, chi più e chi meno, abbiamo avuto a che fare con questo misterioso strumento atto al trasporto di cose e persone: la bicicletta.
Essa ha la peculiarità di mettere a dura prova uno dei principi cardine della nostra biologia, frutto di circa 4 milioni e mezzo di anni di evoluzione, dall'Orrorin all'Homo Sapiens Sapiens: il bipedismo.
L'invenzione derivata dal brevetto di Karl Drais ci chiede di divenire tutti un po' equilibristi ponendoci su due sole ruote poste in linea, una dinanzi all'altra, chiedendoci di spostarci in avanti grazie al lavorio delle nostre gambe, trasformandoci da bipedi a biciclici...
L'Italia è piena di persone che vanno in bicicletta, molti di noi hanno avuto quest'oggetto in casa e l'hanno usato per spostarsi, magari andandoci a scuola oppure per incontrarsi con gli amici in piazza anche se da grandi ci siamo trovati poi ad adorare l'utilitaria ed a guardare fuoriserie, superberline e SUV con la voglia di farci un giro, ma felicissimi di spendere 60 euro per un pieno e farcelo durare una mesata abbondante.
Proprio in questa fase della vita abbiamo scoperto che al mondo ci sono due tipi di ciclisti: quelli che come noi usano la bicicleta per ciò che è, un mezzo di trasporto e gli Altri, quelli che lasciano l'auto a casa e giocano a fare Pantani nel week-end (ma spesso anche in tutti gli altri giorni della settimana): i ciclisti "sportivi" o "della Domenica".

Oggi è Venerdì, ma, ahimé, è anche il 19 Marzo, giorno di San Giuseppe, festa del papà e, soprattutto, Santo Patrono di Santa Marinella, la mia città.
Per me è un giorno lavorativo come un altro; per alcuni è il giorno per calzare una ridicola tutina attillata con finti sponsor, casco aerodinamico, occhialoni a fascia specchiati fuori moda, ed inforcare la super-bicicleta in fibra costata un Perù per andare a zonzo con gli amici a giocare a fare gli sportivi, buttandosi in 4 o 5 nel traffico del Venerdì, ulteriormente rallentato dalle bancarelle in allestimento e dal sommovimento dei lavoratori che alle 13.00 si dirigono verso l'agognata pausa pranzo.

Il simpatico quartetto di ridicoli emuli di Fausto Coppi ha ritenuto di potermi tagliare la strada da sinistra all'incrocio, sbucando come pazzi senza rispettare Stop e precedenze ed inserendosi sulla corsia in maniera tale che solo se mia madre mi avesse dotato di un occhio posto dietro l'orecchio li avrei potuti vedere. Fortuna loro che ho buoni riflessi, dati dall'età (perché una persona anziana li avrebbe fatti secchi sicuramente) e che la mia utilitaria ha più sistemi di emergenza in frenata di un'auto di Formula 1 (potenza nipponica): ovviamente gl'incoscenti avevano da ridire... loro, ciclisti, hanno sempre la precedenza e sulla strada possono fare quello che gli pare.
Peccato che non sia assolutamente vero: i ciclisti sulla strada non hanno affatto sempre la precedenza e non possono fare tutto quello che gli pare, anzi il Codice della Strada, concede loro di fare ben poco, soprattutto nulla di quello che fanno generalmente i ciclisti sportivi.

Il mito della precedenza assoluta
In Italia gli unici che avrebbero una precedenza assoluta sono i pedoni: i ciclisti (che non sono divisi tra sportivi e meno, ma sono intesi solo come gli utilizzatori dei cicli, cioè dei mezzi di trasporto a pedali) sono accomunati ai conducenti dei mezzi di trasporto a trazione animale. Hanno la precendeza solo in un caso, quello dell'incrocio incustodito. Cioè se si è in un incrocio incustodito, voi che guidate la macchina dovete dare la precedenza al ciclista che attraversa, anche se proviene da sinistra, il ciclista la deve obbligatoriamente dare a qualsiasi ciclista che gli provenga da destra ed indistintamente a tutti i pedoni.
Morale: quello che mi è capitato tre mesi fa a Civitavecchia non può mai accadere. Se sto attraversando a piedi un incrocio perché è verde per i pedoni, il gruppo di ciclisti che viene dalla mia sinistra si deve fermare e lasciarmi passare.

Il mito della circolazione in gruppo
I ciclisti non possono viaggiare in gruppo, ne affiancati: possono circolare solo in fila, uno dietro l'altro, mantenendo la distanza di sicurezza tra bicicletta e bicicletta.
Qualcuno glielo spieghi perché ancora non l'hanno capito: loro la carreggiata non la possono occupare tutta. Devono stare sulla destra incolonnati come gli indiani e basta: se vogliono dirsi qualcosa tra loro possono fermarsi e parlare, basta che non occupino tutta la carreggiata per farlo. Non esiste nessun motivo lecito o valido che conceda ai ciclisti la facoltà di circolare in gruppo.

Il mito del sorpasso
Di fatto oggi i quattro simpatici individui mi hanno superato da sinistra. Peccato che il codice della strada lo vieti espressamente: i ciclisti non possono mai compiere un sorpasso, nemmeno di altri ciclisti. Se quello che hanno avanti va piano, si devono accodare.

Il mito dell'invalidità dei cartelli
Secondo alcuni i cartelli stradali sono rivolti ai soli automobilisti e non agli altri utilizzatori della strada, eppure il CdS dice l'esatto contrario. Un ciclista che imbocca contro mano una strada o una corsia commette un'illecito come se lo avesse fatto un motociclista o un automobilista. Lo Stop, questo sconosciuto, vale per tutti. Stessa cosa per tutti gli altri cartelli: molte sentenze di tribunale e della Corte di Cassazione hanno definitivamente chiarito che la bicicletta è un mezzo di trasporto a tutti gli effetti e come tale soggetta al rispetto di tutte le regole del Codice della Strada. Solo se il ciclista scende dalla bicicletta e la trascina a mano, diviene un pedone e può essere assimilato ad essi.

Il mito dell'assenza delle piste ciclabili
Molti dicono che il numero e la lunghezza delle piste ciclabili è troppo basso, e qui bisogna dargli ragione. Verissimo: ce ne vogliono di più.
Però dentro Roma, ad usarle sono più i tassisti che non le biciclette e quei pochi temerari che le praticano sulle due ruote, possono vantare di arrivare in ufficio puntalissimi attraversando le zone più centrali a tempo di record solo pedalando con calma, godendosi il paesaggio.
In sostanza le poche piste sono anche poco usate. Per di più su si esse ci si ritrova spesso davanti ad una pretesa divisione tra ciclisti e ciclisti sportivi, quest'ultimi convinti di poter usare la pista ciclabile come un velodromo e sicuri che loro, emuli dei Grandi, hanno una sorta di precedenza sul bambino a bordo della bici con le rotelle affiancato da papà e mamma.
Peccato che anche in questo caso non sia vero: quel bimbo, per il Codice, è a tutti gli effetti un ciclista come un altro e se proviene da destra all'incrocio della pista ciclabile ha la precedenza sul gruppo di ciclisti (che dovrebbe viaggiare anche qui in fila indiana) che ha l'obbligo di fermarsi e lasciarlo passare...

Il mito dell'inappicabilità del Codice della Strada
Questo vale per tutti gli utenti della strada: il Codice della Strada è, secondo alcuni, inappicabile. Fanfaluche. Lo si può applicare perfettamente, felicemente e semplicemente: chi non ci riesce, ha un problema neuronale ed è bene che rimanga a casa.

Il mito della gara ciclistica
Queste regole però comportano il più atroce dei problemi per il Bartali Domenicale: come cacchio fa a correre? Come fa un gruppo di ciclisti sportivi a cimentarsi nella loro disciplina preferita?
Il Codice della Strada è lì col solo scopo di evitare il più possibile che le persone crepino sull'asfalto: rispettandolo tutto pedissequamente il numero di morti sull'asfalto si ridurrebbe ai soli meri incidenti derivanti da caso, fatalità o malori.
Il CdS in sostanza non sta lì per gli sportivi. La soluzione che offre loro rimane quella proposta anche ai patiti dell'alta velocità in automobile: s'affittino una pista.
In teoria le società sportive ed il CONI esistono proprio per questo: visto che non si può usare la strada comune per farci le gare quando ci pare, gli enti sportivi, dovrebbero mettere a disposizione di chi vuole praticare appunto uno sport le infrastrutture utili al caso.
Ergo il ciclista della Domenica fa una bella colletta con gli amici, si carica la bici e l'attrezzatura in macchina, si dirige al velodromo e si affitta la pista, potendo così allenarsi a fare Pantani quanto vuole, in sicurezza, senza rompere gli zebedei il Venerdì mattina a chi lavora e non gioca.

Il mito dell'impossibilità di infligere la multa
Questo mito non è rivolto tanto ai ciclisti sportivi, quanto alle forze dell'ordine: quando si vede un gruppo di ciclisti che violano il codice della strada, li si può tranquillamente fermare e multare.
Da alcuni anni ci si limita ai limiti di velocità, al superamente col copertone della striscia bianca o di uno o due minuti sul disco orario. Giustissimo: ma se il gruppo in corsa non rispetta il semaforo rosso e vengono spianati dall'autobus che ha il verde, forse sarebbe stato meglio fermarli e multarli qualche volta quando ce ne era l' occasione. Forse gli sarebbe entrato un po' di sale in zucca, prima che la zucca si andasse a sfondare conto il paraurti della corriera...

Per approfondire:
Foto di Tatlin Grafica, Ercolano (NA).

sabato 27 febbraio 2010

Irsa-Cnr, “nel Fiume Lambro ci mancava anche il petrolio”

Da Periodico Italiano

Non bastava il triste primato di fiume più inquinato d’Italia. L’atto a opera di ignoti che, lo scorso 23 febbraio, hanno scaricato nel Lambro centinaia di metri cubi di idrocarburi provenienti dal deposito della ex raffineria Lombarda Petroli di Villasanta in provincia di Monza e Brianza, sta avendo conseguenze disastrose. A dare l’allarmante conferma sono gli scienziati dell’Istituto di ricerca sulle acque del Consiglio nazionale delle ricerche di Brugherio Irsa-Cnr che sin dalla metà degli anni settanta contribuiscono a quantificare l’inquinamento delle acque del fiume.

Gli studiosi, prima del fatto, avevano già fissano al 30% il contributo del Lambro al carico totale di inquinanti che viene veicolato dal Po nel Mare Adriatico. Il corso d’acqua, dicono dall’Istituto del Cnr, rappresenta da decenni una delle principali sorgenti di inquinamento antropico lungo il corso del grande fiume Padano a causa della pressione urbana, industriale ed agricola di uno dei territori più sviluppati di Europa.

“Nonostante le difficoltà a raggiungere livelli qualitativi accettabili”, spiega Gianni Tartari, responsabile dell’Istituto di Brugherio, “la situazione alle soglie del secondo decennio di questo secolo dava segnali positivi rispetto al degrado delle acque raggiunto nel passato”. Lo sversamento nel Lambro di petrolio e di oli combustibili è avvenuto dunque in un contesto ecologicamente precario.

Tartari spiega come la situazione stesse lentamente migliorando. I depuratori, infatti, hanno contribuito a determinare un recupero significativo delle acque del fiume, “con presenza di fauna ittica, miglioramento della biodiversità della fauna bentonica e ad un aspetto visivo più accettabile delle acque”.

Ciononostante “la grande quantità di idrocarburi presenti determinerà, per un lungo periodo, un significativo impatto sulla fauna fluviale”. La situazione è solo in parte alleviata dalle portate del fiume di queste settimane, dovute alla elevata piovosità che caratterizza questo inverno. Le precipitazioni, dice il ricercatore dell’Irsa “possono determinare però solo la mobilizzazione degli oli pesanti eventualmente depositatisi sul fondo”. Quelli più leggeri, invece, “vengono dispersi incrementando i problemi alle biocenosi acquatiche sensibili alla tossicità degli idrocarburi policiclici aromatici, degli idrocarburi alifatici e degli altri inquinanti più o meno solubili largamente presenti nei prodotti petroliferi riversati nel Lambro”. La condizione idrologica attuale del Po può quindi favorire l’attenuazione del fenomeno acuto, ma non risolve il problema dell’impatto a lungo termine sull’ecosistema. L’accumulo di idrocarburi nei sedimenti, infatti, rappresenta una sorgente di esposizione a sostanze tossiche per un periodo molto lungo.

Come sottolineano dall’Irsa-Cnr, le conseguenze di un atto criminale come quello avvenuto nella provincia di Monza e Brianza, cioè “in posizione centro-occidentale del bacino idrografico del Po, avrà conseguenze complessive su tutto l’ecosistema sulla cui portata c’è ancora molto da capire”. Ribadiscono però i ricercatori come si possano invece fin da ora considerare le conseguenze a livello sociale, in quanto “rovesciare intenzionalmente una quantità di petrolio così elevata più che un reato è una tragedia culturale difficilmente sanabile”.

Francesca Lippi

martedì 16 febbraio 2010

Guida al risparmio: fondamenti di economia domestica

Recentemente mi son successe alcune cosette, comuni alla maggior parte degli italiani, che mi hanno dato da pensare... tra bollette e spese necessarie alla vita di tutti i giorni, dal vestiario al cibo, capita spesso di chiedersi "ma come faccio a ridurre le uscite"? Navigando su Internet si trovano millemila modi differenti per cavarsi almeno in parte d'impiccio: alcuni sono i tipici consigli della nonna, altri sono incredibili soluzioni a cui non avreste mai pensato. C'è chi ci scrive interi portali, chi ci organizza movimenti di pensiero collettivo. Ma da questo marasma d'informazioni, se ne può cavare qualcosa di utile anche per tutti i giorni.

Sappiate che è possibile risparmiare qualche soldo, sempre che non vi ritroviate con dei fornitori di servizi energetici che sebbene disposti di contatori elettronici collegati alla rete telematica, vi calcolano la bolletta presumendo l'importo sul consumo dello stesso periodo nell'anno precedente (presuntivo pure quello)...
Come dite? Tutti i fornitori fanno 'sta cosa? Vabbé... in tal caso c'è un piccolo atollo nella Polinesia Francese attualmente disabitato, ma mi raccomando, portatevi qualche indumento antiradioattivo...

Partiamo da uno dei più famosi decaloghi sul risparmio energetico, quello dell'iniziativa di RadioRAI M'illumino di meno:
  1. spegnere le luci quando non servono
  2. spegnere e non lasciare in stand by gli apparecchi elettronici
  3. sbrinare frequentemente il frigorifero; tenere la serpentina pulita e distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria
  4. mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l'acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola
  5. se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre
  6. ridurre gli spifferi degli infissi riempiendoli di materiale che non lascia passare aria
  7. utilizzare le tende per creare intercapedini davanti ai vetri, gli infissi, le porte esterne
  8. non lasciare tende chiuse davanti ai termosifoni
  9. inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni e i termosifoni
  10. utilizzare l'automobile il meno possibile e se necessario condividerla con chi fa lo stesso tragitto.
Alcune cose, magari, già le facciamo, come spegnere le luci quando non le usiamo oppure mettere il coperchio per far bollire l'acqua o non tenere la fiamma troppo alta: sono quasi ovvie e mai ci si immagina di ottenere chissà che risparmio da esse. Eppure questi dieci piccoli accorgimenti servono proprio per permetterci di risparmiare quel poco per non ottenere bollette folli. Vediamo un po'...

Risparmio energia elettrica
I primi tre punti del decalogo mirano a farci risparmiare energia elettrica: lasciare lampadine accese fa ovviamente consumare inutilmente corrente elettrica, perché, di fatto, nessuno si giova di quella illuminazione, che va sprecata, ma pagata.
A questo buon precetto si può abbinare l'idea dell'uso delle lampadine a basso consumo: fanno mediamente più luce, consumano meno, durano di più, spesso si trovano a luce neutra che fa anche meno male alla vista. Sono solo un po' più lente ad accendersi (ma ci sono anche dei modelli "rapidi"), hanno un costo più elevato e vanno smaltite in maniera differente. Però a livello di saccoccia sono più utili di una lampadina classica.

I dispositivi elettronici spesso quando non usati restano in modalità stand by: per fare un esempio, pensate al led del televisore. Tutti i led della vostra casa si succhiano mediamente il 15% del vostro consumo annuo. Morale: o spegnete davvero l'alimentatore dell'elettrodomestico oppure staccate la spina quando non lo usate.
Tempo fa ho visto in TV un signore che aveva risolto brillantemente il problema della scomodità del dover staccare gli elettrodomestici inutilizzati attaccando tutti gli apparecchi della casa a gruppi di prese multiple dotate di interruttore: sono facilmente trovabili anche al supermercato; hanno il vantaggio di attaccare ad unica presa domestica più apparecchi e staccarli dalla rete premendo un solo pulsante che, in alcuni modelli, è dotato di fusibile salva-vita. Esistono in commercio dei modelli più costosi, avvolte usati negli uffici, dotati anche di un gruppo di continuità. Il gruppo è utilissimo se avete problemi di sbalzi di corrente elettrica (ed in Italia sono frequenti, a dispetto di quanto si dice...): i continui picchi di corrente possono incidere sulla bolletta ed un investimento all'origine può essere di grande aiuto.

Sul frigo c'è poco da dire: di fatto è l'unico elettrodomestico che dobbiamo tenere sempre acceso a meno che non vogliamo trovarci col buttare tutte le derrate alimentari che ci conserviamo dentro oppure a meno che non vi nutriate di solo miglio ed avena... quando volate bassi, fateci un fischio...
Siccome sbrinarlo è una scocciatura enorme vi lascio al consiglio che ho trovato su Yahoo Answers, anche se ammetto che la risposta è scritta in essemmessese...

In cucina
Il quarto consiglio è tutto culinario: lo mettete il coperchio sulla pentola dell'acqua per la pasta? Sembra una stampaleria, ma la si spiega con la più pragmatica delle motivazioni, abinandola anche all'accorgimento della fiamma che non superi il bordo della pentola: di fatto un contenitore di metallo chiuso trattiene di più il calore, l'acqua bolle prima e voi risparmiate gas. Tenendo la fiamma non oltre il bordo della pentola (ma anche della padella, o della moka) di fatto, tenete la fiamma più bassa. Le due cose insieme uniscono due forme di risparmio, senza rinunciare a cuocervi una pastasciutta in 15 minuti...

Che freddo che fa...
I consigli dal quinto al nono sono tutti incentrati sul riscaldamento domestico: va detto, però, ad onor del vero, che non tutti hanno il riscaldamento autonomo in casa o possano regolare i tempi di accensione. Spesso, soprattutto nei vecchi condomini, tutto è centralizzato: il riscaldamento viene acceso in orari assurdi, tenuto in funzione per un numero di ore abnorme e la temperatura interna del palazzo può aggirarsi a quello di un reattore nucleare in fusione. Di certo si risparmia sul gas perché l'acqua bolle prima di finire nella pentola, ma i costi di riscaldamento diventano assurdi ed insostenibili anche per Pantalone. A questo si aggiunge la buona abitudine di certi condòmini di non pagare il riscaldamento, sapendo bene che tanto, poi, l'Amministratore spalmerà la spesa su quel cretino del 3° piano che paga sempre tutto...

Per quanto riguarda le tende, oggi come oggi, senza fare pubblicità a nessuno, non è difficile trovarne di economiche anche su misura, comprensive di assi, perni e quant'altro: si sceglie la fantasia, l'adetto ce la taglia e ce la confeziona ed infine la montiamo con trapano e cacciavite alla parete. La scomodità è lavarle, ma pazienza, perché, oltre che utili, aiutano anche ad avere un po' di privacy negli appartamenti senza rinunciare ad avere la luce del Sole (a meno che non le abiate comprate nere...). Solo un'annotazione: ho memoria che in casa di mia nonna, un vecchio palazzo costruito nei primi del '900, i termosifoni erano piazzati sotto le finestre. In un simile caso, credo che le tende siano sconsigliabili (anche se mia nonna ne aveva) e conviene ripiegare solo sugli isolanti termoriflettenti.

Una considerazione sulle intercapedini: al giorno d'oggi le case hanno sempre più spesso le pareti sottili, mentre in passato era normale costruirle con l'intercapedine. Il perché gli architetti abbiano abbandonato quest'ottima soluzione tecnica non lo so: so però che questo spazio vuoto dentro la parete della casa ha tanti ottimi vantaggi, soprattutto a livello energetico. L'intercapedine vi permette di riscaldare casa e di non disperdere il calore, ma permette anche al calore esterno di non penetrare dentro casa, ottenendo così un ambiente caldo d'Inverno e fresco d'Estate.

Pannelli isolanti termoriflettenti da piazzare dietro i termosifoni si trovano in maniera relativamente facile, soprattutto nelle grandi città o su Internet a costi tutto sommato ragionevoli di poche decine di euro per dotarne l'intera casa. Stesso discorso per chiudere gli spifferi, magari con delle semplici strisce di gomma adesiva da attaccare sotto le porte o le finestre: basta andare in ferramenta e comprare le stecche già pronte anche di fori per le viti o i chiodi, se avete infissi in legno o con le strip adesive, per plastica e metallo. I più kitsch di voi possono anche usare i "serpenti" di pezza davanti le finestre con davanzale (io però non vi conosco... e se vi conosco farò finta di non avervi mai incontrato...).

Il principio applicato è simile a quello della pentola in cucina: un ambiente chiuso si riscalda prima e disperde meno il calore, col risultato che dopo aver riscaldato casa potrete spegnere l'impianto e risparmiare.

L'auto in comitiva
L'ultimo consiglio del decalogo è il più aulico, alto, quasi filosofico: se in casa dovete tutti andare a trovare la vecchia zia, porca miseria, uscire con quattro auto! Ne basta una.
Se tutti ragionassimo così le città sarebbero meno intasate, ci sarebbe meno inquinamento, si userebbe meno benzina (i consumi di un solo veicolo non sono quelli di quattro...), le persone potrebbero perfino socializzare un po' di più.
Peccato che in Italia non venga in mente a nessuno: vuoi mettere la comodità di poter abbandonare la zia all'ultimo momento e ritornare a casa da quattro strade differenti? Poi ognuno racconta cosa a visto e si passa la serata a parlare di viabilità...

Allora, il decalogo è finito: rilegetevelo e poi cliccate qui sotto per scaricarvelo in PDF e stamparvelo con comodo. Applicarlo è facile (anche l'ultimo punto...) e soprattutto è utile.

Nulla fin qui descritto è in violazione di una qualunque legge o leggina, ma in una prossima occasione ho intenzione di parlare di acqua e luce solare, dei pannelli fotovoltaici e delle cisterne di acqua piovana. Non vi preannuncio troppo, ma vedrete quanto è curioso il nostro Paese...

Per approfondire:

venerdì 5 febbraio 2010

L’inverno prosegue: l’Istituto di biometeorologia del Cnr prevede gelo

Che facesse freddo molti se ne erano resi conto, ma forse non tutti immaginavano che per il tepore primaverile ci fosse da attendere addirittura fino ad aprile. A dare la gelida novella è l’Istituto di biometereologia di Firenze del Consiglio nazionale delle ricerche, Ibimet-Cnr con uno studio che ha analizzato la fase climatica attuale e le previsioni febbraio-marzo 2010. Secondo il sistema di previsioni mensili e stagionali sviluppato dall’Istituto nel corso degli ultimi 3 anni, è prevista una intensa fase invernale che durerà fino a buona parte di marzo. Questo quadro di previsione, basato su indici climatici troposferici e oceanici, prevede anomalie negative della temperatura in quota per i prossimi due mesi.

I metereologi del Cnr affermano che “l’inverno di quest’anno è stato caratterizzato da ‘Minor Warming’ - cioè un’anomalia nella stratosfera - poco prima della metà di dicembre, che ha prodotto alcune fasi di blocco della circolazione nella troposfera zonale fino alla metà del mese di gennaio circa”. Questa anomalia ha causato, oltre alle ondate di intenso gelo su gran parte dell’Europa centro-settentrionale, dell’America e dell’Asia, anche il periodo nevoso sull’Italia prima di Natale.

Attualmente il vortice polare stratosferico risulterebbe estremamente indebolito e spostato verso il nord dell’Europa. I ricercatori dell’Ibimet-Cnr segnalano, infatti, “un Minor Warming durante l’ultima settimana di gennaio e una ‘Geoalert’ - ovvero il riscaldamento stratosferico di oltre trenta gradi centigradi in sette giorni - prevista nella prima settimana di febbraio”. In particolare, spiegano da Firenza, quest’ultima anomalia potrebbe sfociare nel grado di ‘Major Warming’, “una irregolarità nella stratosfera con una inversione della circolazione atmosferica e la conseguente formazione di una struttura anticiclonica in prossimità del polo, dove normalmente risiede un vortice ciclonico”.

La nostra penisola potrebbe essere, quindi, interessata da discese di masse d’aria fredda sia di origine polare marittima che continentale a partire già dalla prossima settimana. Inizialmente queste dovrebbero essere di origine polare marittima e, probabilmente dopo i primi dieci giorni di febbraio, da masse d’aria ancora molto fredda e secca di origine siberiana. “Le anomalie stratosferiche osservate sono tali”, dicono dall’Ibimet, “da poter ipotizzare, sul nostro Paese, anormalità termiche negative con importanti discese di aria fredda non solo nel mese di febbraio, ma anche in quello di marzo”.

Per quanto riguarda le previsioni per i prossimi due mesi, sono attesi i valori di anomalia termica tipici di questo tipo di eventi: circa -1 gradi centigradi sull’intero bimestre. Al momento il grosso della anomalia termica prevista sembra essere centrata sull’Europa orientale. Probabilmente, quindi, le regioni italiane più esposte saranno quelle centro–settentrionali e quelle adriatiche. Dall’Ibimet Giampiero Maracchi parla di una “copertura nuvolosa anomala nell’emisfero Nord del Pianeta” che potrebbe essere una delle spiegazioni per questa temperature. Il ricercatore dice che “lo stesso riscaldamento globale in certe situazioni può determinare anomalie della circolazione atmosferica”. A livello dell’emisfero nord “si è registrata una anomalia della nuvolosità”, conclude Maracchi. “In questo caso le nubi intercettano la radiazione solare e tendono a raffreddare la superficie del suolo, e questa è una interpretazione, seppur parziale, della persistenza del freddo”.

Francesca Lippi

mercoledì 3 febbraio 2010

Nuovi hobbies: autocostruirsi l'automobile scaricando i progetti da Internet

Tempo fa avevo scritto un articolo sulla casa autocostruita: lungi da essere una battuta scherzosa, era invece un argomento serissimo sulla sempre più frequente pratica di riunirsi in gruppi di lavoro anche per costruire una cosa come la propria casa, avendo contemporaneamente la sicurezza di avere effettivamente un'abitazione senza essere truffati, disporre di un mutuo per costruire contrattato in autonomia, risparmiare sulla mano d'opera.

Come abbonato al podcast del programma radiofonico NovaLab 24 di Radio 24, mi sono ascoltato il programma di ieri sull'hardware open source, argomento di cui avevo già sentito parlare ed avevo letto qualcosa, più che altro per ciò che riguarda l'informatica e le schede logiche. Mai avrei pensato che ci sarebbero stati progetti più grossi di un PC realizzati con un approccio simile.

Ma che cos'è l'open source?
Siamo abituati a collegare il termine open source coi software: generalmente, nella vulgata comune, con questo termine s'intendeno programmi per computer gratis e nati per l'ambiente Linux. Visione, questa, sbagliata e limitata, spesso non corrispondente al vero.

Per Open Source (letteralmente "sorgente aperto") s'intendeva originariamente quel software di cui venivano distribuiti anche i files sorgente con i listati originali del codice che aveva generato la distribuzione. Il motivo del perché fare una cosa del genere è quasi filosofico: se ho i sorgenti e voglio migliorare il software od adattarlo alle mie necessità posso farlo. Ovviamente quest'idea generava vantaggi e svantaggi, soprattutto di natura attributiva delle opere e diede origine a tutto quel vasto e complesso mondo che oggi viene appunto riunito sotto questa comune dizione. Un mondo basato su licenze pubbliche che permettono di legare il proprio nome e quello della propria azienda ad un progetto; un mondo che ha creato un suo particolarissimo sistema di bussiness, basato molto sul concetto di indotto, ma che ha avuto la capacità di far sorgere vere e proprie multinazionali.
Sì perché con l'Open Source ci si può guadagnare, ed anche parecchio, al punto che oggi nomi come Red Hat, Novell o Sun Microsystem è capace che li conoscono un po' tutti. Nell'Open Source hanno creduto grandi nomi come IBM, Apple e perfino Microsoft. Moltissimi siti internet del mondo si basano su piattaforme totalmente o parzialmente Open Source: dal CMS al Server alla posta elettronica. Per non parlare del browser con cui li visitiamo che sepre più spesso è FireFox.
Avvolte questi prodotti sono gratuiti perché ottengono guadagni in altro modo o perché il loro scopo è quello di creare indotto ed è l'indotto a farli sopravvivere apportando continui aggiornamenti. Un esempio sono proprio i CMS: possono sopravvivere di sole sovvenzioni e potenziarsi grazie al lavoro di quegli sviluppatori che poi si faranno pagare dai propri clienti per installarli e mantenerli.

...E l'hardware?
Da anni in Internet si discute sul fatto che la proprietà dei brevetti sulle invenzioni causa un aumento dei prezzi delle componenti informatiche: le continue battaglie legali che sorgono a livello internazionale ogni qualvolta che un nuovo prodotto viene immesso nel mercato sono il segno di un problema, che sfocia in una limitazione nella possibilità di ideare ed evolvere nuovi prodotti e nuove tecnologie svincolate dall'ottica del marchio, della major industriale.
Il mondo del software e di Internet in particolare insegna che non c'è necessità di avere paura di distribuire liberamente un'idea od un progetto: non solo non si rinuncia al bussiness, ma si crea innovazione, si spingono altre menti a trovare soluzioni per migliorare, si crea un melting pot di idee che conducono ad un prodotto più moderno, innovativo, potente ed adatto a risolvere problemi anche nella vita di tutti i giorni.
Si può fare qualcosa di simile con l'hardware, con l'oggetto fisico, solido? Qualcuno si è risposto di sì e pensando che in fin dei conti, gli oggetti nascono da dei progetti ed i progetti sono dei documenti (cartacei o digitali, non fa differenza), ha ben pensato di distribuire gratuitamente su Internet i progetti di alcune invenzioni.
La tendenza è stata tale che se inizialmente si è partiti con schede logiche come il progetto Arduino, e dopo un poco si arriva ai moduli componibili e ad un cellulare, ormai, con lo stesso principio sono distribuiti i progetti delle automobili.
Automobili filosoficamente corrette, s'intende, ecologiche, economiche, ecosostenibili ed open source!

Piccole ed ecologiche
Su internet si trovano due modelli: il primo, segnalato da NovaLab 24, è Riversimple, progetto americano per una minicar con motore ad idrogeno di ridottissime dimensioni. Non aspettatevi niente di che: è brutta, come la maggior parte di queste automobiline. Chi le progetta si focalizza sulla tecnologia e tralascia i fronzoli estetici. Parte dal presupposto che piccolo vuol dire economico perché composto da poco materiale. Concettualmente è anche vero e poi, visto il principio Open Source del progetto, a dargli una sistemata estetica, non ci vuole molto, basta solo volerlo e scrivere una bella e-mail (in inglese) e vedrete che anche questo tipo di apporto sarà gradito. Intanto è interessante vedere cosa sono riusciti a fare in due, appoggiandosi ad una community on-line. Perché è proprio il discorso community = soluzione che è fondamentale in questo tipo di progetti: si costituisce un progetto e poi si cerca di coinvolgere altri tramite Internet per poter apportare contributi per risolvere problemi. L'ingenere che vi da una dritta, il meccanico che vi lascia un consiglio, l'elettrauto che vi spiega lo schema di un impianto, il chimico che vi delucida sui processi per usare l'idrogeno come carburante. Tutti uniti insieme con uno scopo comune, partendo dalla folle idea estemporanea di due ragazzi americani.

Poi c'è l'approccio "scientifico", universitario, tipico di noi europei, che pregni di dottologia, subito mettiamo in mezzo i professoroni: ecco così l'altro progetto dal sapore meno fai-da-te, c,mm,n (si pronuncia "common", cioè "comune, frequente, ordinario" in inglese). Progetto nato da un consorzio di università olandesi che coinvolge studenti, scienziati, ricercatori e comuni internauti, usati però per avere feedbacks sulle scelte adottate: il risultato è una concept car elettrica delle dimensioni di una Smart, ma brutta pure lei (la Riversimple era brutta, ma la cosa aveva la giustificazione del modellino fatto in scratch... qui invece si vedono tutti gli stilemi delle due volumi emule della Renault Kangoo).

Vabbé, gli americani, ovviamente, non potevano venir meno ad uno dei dogmi fondamentali della loro cultura: ce piacciono grosse (le macchie! che avevate capito?)! Ecco quindi un progetto open source di automobile che però a realizzarla un po' si paga, circa 35.000 $: cifra giustificata dal fatto che è tutto fuorché ecologica ed è un mostruoso super fuoristrada da far concorrenza alla Cajenne. Si chiama Rally Fighter (auto sborona, nome sborone...) ed è progettata integralmente da una piccola azienda, la Local Motors.


Ed in Italia?
Ma credete davvero che dalle nostre parti si possa scaricare un piano costruttivo di un'auto ed assemblarla a casa seguendo un tutorial e poi circolarci? Ma fatemi il piacere!!! Non pensateci neanche!
E la motorizzazione? E l'inquinamento? E la sicurezza stradale? E la FIAT?
Che dite? Le prime due sono elettriche? C'avete ragione! E l'ENEL?
No. Da noi niente automobili open source... ma un mezzo di trasporto basato su questa nuova filosofia di distribuzione dei progetti c'è! Non ve l'aspettavate, eh?!
Nasce, ovviamente, dall'ambito accademico, frutto di una ricerca universitaria ed è la bicicletta ad acqua.

Che dite? Come che roba è?
No... no... non è 'na bici che se move con l'acqua così voi nun pedalate, brutti sfaticati che nun siete artro!
A vederla bene pare quello che sembra... cioè mi spiego, vorrei nobilitarvela, ma in sostanza si tratta di ciò che si vede in foto... un pedalò.
Vabbé dai... e non fate così... che centro io? Che v'aspettavate? Ringraziate er padreterno che questo ve offre er convento, no?
Ecologica, è ecologica, nun c'è dubbio... gas inquinanti non ne emette, a meno che non abbiate mangiato pesante, ma d'Estate, col caldo, non penso che vi cibiate di fagioli con le cotiche sulla spiaggia... poi fate vobis... complimenti se ci riuscite... che intestino portentoso il vostro.

In somma! Qui è una questione di principio! Ed il princio è che la The Open Waterbike, sebbene sia un pedalò monoposto, è un progetto per un mezzo di trasporto open source! E non insultate!!!

Vi lascio con un bel link, Harkopen, dove troverete tutti i progetti di hardware opensource che più vi pare e piace. Buona visione.


lunedì 25 gennaio 2010

Corri, corri, che migliori la memoria


Da Periodico Italiano

Chi va in palestra generalmente sorride quando ragazzoni muscolosi recitano la nota locuzione di Giovenale “mens sana in corpore sano”. Eppure uno studio condotto dal dipartimento di Psicologia sperimentale della University of Cambridge in collaborazione con il National Institute on Aging di Baltimora, conferma quanto asserito dal poeta romano - riportato, ovviamente, dai giovani nerboruti di cui sopra. La ricerca, apparsa fra le pagine dell’importante rivista scientifica ‘Proceedings of the National Academy of Sciences’, il giornale della United States National Academy of Sciences, aveva come scopo quello di comprendere in che modo l’attività fisica migliorasse la funzionalità cerebrale.

Dai risultati emerge che gli sport che fanno aumentare il battito cardiaco, quindi quelli aerobici come la corsa, incrementano il numero di nuove cellule cerebrali con il conseguente incremento di memoria nei soggetti studiati.

La ricerca è stata eseguita su due gruppi di cavie in laboratorio durante un periodo di 105 giorni, ma l’equipe di Cambridge pensa che i risultati dello studio possano essere validi anche per gli esseri umani. Durante il periodo di osservazione, un primo gruppo di topi poteva esercitarsi senza limiti su una ruota, correndo in media per più di 20 chilometri al giorno. Il secondo, invece, non faceva attività fisica. Alla fine del periodo di 105 giorni, entrambi i gruppi sono stati sottoposti ad un test per verificarne la memoria. Veniva mostrata loro una scatola da cui usciva cibo se toccata, dopo di che la scatola veniva allontanata e confusa con altre. I topi “corridori” erano in grado di conservare in maniera efficace il ricordo, a differenza di quelli maggiormente passivi. Timothy Bussey della Cambridge University spiega che, ovviamente, “anche i topi inattivi avevano capacità di ricordare, ma quelli sportivi erano molto più abili nel distinguere tra ricordi simili, il che rendeva la loro memoria più fine”. Come dimostrato dallo studio anglosassone, questo particolare aspetto della memoria viene migliorato dall’attività fisica. “L’equivalente nell’uomo potrebbe essere dover ricordare dove si è parcheggiata la propria auto non solo oggi ma in due diversi giorni della settimana precedente. Diventa difficile distinguere i ricordi quando gli eventi sono simili”, aggiunge Bussey. Alla fine dell’esperimento, i topi che correvano sulla ruota avevano, poi, un numero di nuove cellule cerebrali più che doppio rispetto ai topi inattivi. I test sulle cavie hanno dimostrato, quindi, che un’intensa e regolare attività aerobica è in grado di potenziare le capacità cerebrali favorendo la costruzione di nuove cellule nella ‘circonvoluzione dentata’, una regione dell’ippocampo di cui si conoscono da tempo i legami con la memoria e l’apprendimento nonché con il suo indebolimento che ha inizio già verso i 30 anni di età.

Francesca Lippi

mercoledì 20 gennaio 2010

Mal’aria 2010: il dossier Legambiente punta il dito sulle fabbriche

Da Periodico Italiano

La più diffusa associazione ambientalista italiana snocciola gli inquietanti numeri dell’inquinamento cittadino ed organizza una campagna per la prevenzione dei danni alla salute dovuti alle emissioni nocive a difesa del diritto, per i nostri polmoni, di respirare aria pulita.

“Per molti di noi l’emergenza smog è una realtà quotidiana” affermano da Legambiente. Nel traffico cittadino le “marmitte sputano monossido di carbonio, piombo, idrocarburi policiclici aromatici, benzene, polveri sottili”. Niente di nuovo sotto la ‘cappa’ che incombe sui centri urbani. L’associazione, però, sottolinea quanto il problema si acuisca in alcune aree specifiche del nostro Paese se si aggiungono ulteriori composti chimici, tossici, e in alcuni casi cancerogeni, emessi da fonti industriali.

“Le polveri sottili insidiano gravemente la salute dei cittadini”, si legge in ‘Mal’aria di Città 2010’ il Rapporto dai risultati allarmanti stilato da Legambiente. Ben 57 città su 88 superano il limite previsto dalla legge. Quali sono i centri abitati dove si respira l’aria più pesante? La maglia nera va sicuramente a Napoli con i suoi 156 superamenti del limite medio giornaliero di 50 microgrami per metro cubo. Seguono Torino (151), Ancona (129) e Ravenna (126). Non male anche Milano (108), Roma (67) e Venezia (60). Dobbiamo preoccuparci? Pare proprio di sì poiché siamo di fronte a “valori molto elevati se pensiamo che per legge sono consentiti al massimo 35 giorni di superamento all’anno” spiegano da Legambiente.

Il problema, ovviamente, non si ferma solo alle polveri. Anche l’ozono nei mesi estivi ha fatto registrare livelli record, se si calcola che dal 1 gennaio 2010 entra in vigore il limite per la protezione della salute umana con un tetto di 120 microgrammi per metro cubo da non superare per più di 25 giorni in un anno. Sembrerebbe infatti che 32 delle 50 città monitorate non rispettino questo limite e che ben otto centri della Pianura Padana si posizionino tra i primi dieci per superamenti del valore di legge. “Sono molte le fonti di emissione che quotidianamente riversano nell’aria grandi quantità di sostanze inquinanti”, si legge nel documento che indica le fabbriche come prime indiziate. Le principali cause di inquinamento atmosferico, infatti, sono rappresentate proprio dal settore industriale e della produzione di energia “responsabili del 26% delle emissioni di Pm10 [ovvero il materiale presente nell'atmosfera in forma di particelle microscopiche], del 23% di NO2 [il perossido di azoto ipoazotide], 79% di SOx [dovuto alle emissioni delle navi] e 34% di idrocarburi policiclici aromatici rispetto al totale nazionale”.
A questo cocktail velenoso deve aggiungersi il contributo dei trasporti, soprattutto quello su strada che concorre “per il 22% alle emissioni totali di Pm10, 50% di NO2 e il 45% di CO e il 55% del benzene rispetto al totale nazionale”.
Il panorama dipinto da Legambiente è preoccupante per quel poco che si riesce a percepire dietro la foschia. Possibile, però, che non ci siano soluzioni per bonificare la Mal’aria di città? Sembra di sì e le ricette sono illustrate nel Rapporto che ci spiega che abbiamo “almeno due interventi che si possono fare senza il bisogno di impegnare ingenti risorse economiche”. Innanzitutto è necessario “assicurare al trasporto pubblico di superficie la possibilità di una maggiore fluidità estendendo il più possibile la rete di corsie preferenziali” con la conseguente sottrazione di spazio alle automobili e una reale concorrenzialità del bus rispetto alle vetture private. A questo andrebbe aggiunta l’adozione di un pedaggio urbano per le aree più congestionate al fine di ridimensionare gli ingorghi, regolare il regime del traffico, migliorare l’efficienza del trasporto pubblico e ridurre le emissioni inquinanti. Sembrerebbero due consigli semplici da attuare se non si trattasse “di superare le obiezioni politiche”, concludono da Legambiente, “e di trovare un prezzo di mercato equo per un bene assai scarso (lo spazio urbano) che fino a oggi è stato ‘offerto’ gratuitamente agli automobilisti”.

Francesca Lippi

martedì 19 gennaio 2010

Craxi: strampalerie politiche e strampalerie sociali

Sinceramente non mi piace parlare di politica, perché è un po' come la religione: ognuno c'ha la sua ed ognuno crede di avere l'assoluta conoscenza della verità.
Dopo un solo anno di Filosofia all'Università "La Sapienza" di Roma compresi alcune verità fondamentali per la mia vita (non per la vita degli altri... e che cavolo! S'arrangiassero un po' per conto loro gli altri!!!):
  1. Nessuno ha l'assoluta conoscenza della verità;
  2. Non esiste una sola verità;
  3. La morale dipende dalla società e dall'epoca in cui si vive;
  4. L'Università non faceva per me... meglio lavorare...
Compresi questi assoluti filosofici e stabilito che avrei fatto meglio a far risparmiare ai miei genitori i soldi delle tasse universitarie, mi sono avvicinato al mondo del lavoro e dopo qualche tribolazione, qualche sfruttamento, il giusto numero di lavori non pagati, mal pagati e mal amministrati, dopo i giusti interrogativi sulla crudeltà degli impiegati comunali, provinciali, regionali, statali e parastatali, sull'assicuratore e sul direttore della banca (categorie lavorative tutte accomunabili ai gestori di club sado-maso) mi porsi alcuni giusti dubbi su quanto siamo normali noi italiani.

Come dice er sor Tonino, "che c'azzecca co' Cracsi"? Bella domanda: tutto e niente.

Dieci anni fa morì questo signore, tale Benedetto, detto Bettino, Craxi: vista la mia giovane età ne so relativamente poco. Come lettore della storia italiana tramite l'opera di Montanelli, ne so quasi solo i mali e, ma solo tra le righe, qualche bene. So che ha fatto cose giuste, cose sbagliate e cose opinabili. Il cognome con la "x" non è cosa strana (Nino Bixio pure la teneva...); la mania tutta sessantottina di usare per nome di battaglia un altro nome proprio, di carbonara memoria, non è cosa curiosa (Marco Pannella all'anagrafe fa di nome Giacinto... e non malignate!).

Era un politico, fu per una volta Presidente del Consiglio e prima di D'Alema fu il capo del governo più a sinistra che abbiamo avuto in questo paese. Fece la voce grossa durante la crisi della nave Achille Lauro con gli Americani di Reagan. Fu l'unico a fare la voce grossa con gli Americani in tutta la storia della Repubblica. Ci diede (oppure la diede al suo proprietario, dipende dalle interpretazione) una serie di canali TV a copertura nazionali privati come avviene in molte altre nazioni del mondo (come piccolo estimatore di cartoni animati, ringrazio). Venne dimostrano in un tribunale che s'intasco una parte dei soldi che intascava di straforo per il PSI e non ci pagava sopra le tasse.

Vabbé... ha rubato, ma se proprio vogliamo dirla tutta non ha rubato più degli altri, non ha pagato le tasse, ma francamente 'sta storia dell'evasione è una mezza bufala se si tiene conto che l'Agenzia delle Entrate concede ad alcune società di pagare le tasse con anni di ritardo (provateci voi a pagare le tasse in ritardo di più di tre mesi!!!): me dovrebbero spiegà perché le squadre di serie A con i miliardi di euro che macinano possono avere dilazioni anche di 7 anni...

In somma, Craxi intascò e poi scappò e morì in Tunisia dopo anni di auto-esilio; venne condannato in contumacia ed oggi viene additato da quasi tutti come il demonio che portò alla rovina l'Italia.

Al di là che non rubò più di altri, c'è da dire che di quest'uomo si parla peggio che se avesse commesso una strage: francamente non mi risulta che abbia mai ammazzato nessuno eppure lo si tratta peggio di mafiosi che hanno sulla coscienza decine di morti.

Oggi in Senato ne commemorano la morte. Curioso il comportamento del IDV che oggi ha deposto una corona di fiori sulla tomba di Giuseppe Alfano: giustissimo gesto, sempre e comunque, e liberissimi di criticare la scelta del Governo e di Schifani (anche a me sembra comunque un po' azzardato fare una cosa del genere, ma ormai la classe politca si è abituata a distrarci con queste ideone da rotocalco scandalistico... Amen...), ma anche Tonino e compagni mi sembrano un po' esagerati: con il loro gesto e con quanto dicono paragonano Craxi a Giuseppe Gullotti, l'Avvocaticchio, boss della Mafia che fece ammazzare il povero Peppe Alfano. Ma il primo, a differenza del secondo, non ha fatto esplodere tre colpi di pistola contro un giornalista, ne ha mai ammazzato con le sue mani nessuno. S'è intascato soldi pubblici... non è però come commettere una omicidio o una strage.

In fin dei conti noi italiani lo sappiamo bene cosa si fa coi soldi pubblici, lecitamente ed illecitamente, e francamente anche la gestione lecita di quel denaro è schifosa quanto rubarselo senza troppi problemi. La nostra burocrazia non la dobbiamo solo a Craxi, ma a tutti i politici, compresi gli ultimi arrivati (Prodi, Berlusconi, D'Alema e gregari), che hanno governato l'Italia: la classe politica repubblicana ha risolto per decenni i problemi di disoccupazione nazionali con assunzioni nel comparto pubblico ed oggi ci troviamo con una massa impressionante di stipendi da dover pagare a personale che di fatto sta lì per creare ritardi, problemi e muri burocratici di ogni sorta (simbolo del loro personale potere sui comuni mortali). Ad essi lo Stato aggiunge i cassaintegrati, i pensionati ed i super-dirigenti.

I primi sono il frutto di un bel compromesso tra sindacati e datori di lavoro col beneplacido politico; i secondi prima o poi i soldi che hanno lasciato in trent'anni in deposito per quando sarebbero diventati vecchi li vogliono pure rivedere (sono soldi loro ed hanno ragione); i terzi si potrebbe pure pagarli 2.000 i 3.ooo euro al mese, tanto di più non valgono, ed invece vengono strapagati.

Ecco... Craxi era tra quelli che si è rubato i soldi che dovevano finanziare i partiti politici; altri hanno intascato somme analoghe da nazioni estere formalmente nemiche della nostra patria e quindi erano dei traditori; altri ancora hanno fatto la cresta su i lavori pubblici che facevano realizzare. Il nepotismo si sprecò e gli sfruttamenti anche: eppure questi ultimi due mali esistono ancora oggi e nessuno dice niente. Neanche Tonino dice molto in tal proposito.

A dire il vero, Tonino, preferirei che, invece di occuparti di quanto sia immorale commemorare Craxi, anziché osannare chi lancia oggetti contro il Presidente del Consiglio, ti occupassi un po' di più di chi e come s'incassa i soldi pubblici... magari iniziando dall'ambiente da cui provieni, la Magistratura, visto che non credo proprio che il Terzo Potere sia immune dai mali dell'Italia per un motivo mi pare inconfutabile: i magistrati sono esseri umani e, per giunta, sono esseri umani italiani.
Immagino il fancazzismo, l'assenteismo, il nepotismo, l'ignoranza nella materia del contendere e la sempre più bislacca idea che l'opinione personale di un giudice sia prova dibattimentale.
In fin dei conti cos'è un magistrato? Un impiegato pubblico pure lui...

C'è un bel film con Alberto Sordi protagonista che s'intitola Tutti dentro: Sordi interpreta il giudice Salvemini, un Pubblico Ministero integerrimo, giovane e rampante, che si occupa di una delicata e scabrossa faccenda di tangenti su forniture petrolifere all'Italia. Per levarselo dai piedi, chi manovra tutta la vicenda, avversario od avversari invisibili, decidono di creare una situazione in cui lo stesso PM diventa facilmente accusabile di accettare bustarelle. Il film, come tutti quelli che Sordi girò da regista, di forte critica sociale, ha un finale amaro, ma non tragico, forse perché la vita reale non sempre è tragica, ma spesso è amara.
Ecco tra i giudici di oggi, non mi pare ci sia nessun Salvemini. Forse tra i giudici in Parlamento si dovrebbe tener contro anche di questo quando si da spettacolo.